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Sarà l'organismo stesso ad aggredire le cellule nemiche
Melanoma, in Italia ogni anno si aggiungono diecimila casi

Melanoma. È il protagonista di «The Big C» (dove C sta per cancro), la serie televisiva di Fox che sta avendo grande successo in America e racconta la vita di una donna, Cathy, colpita da questo tumore. Lei, con una malattia al quarto stadio, cerca, puntata dopo puntata, di vivere la vita nel miglior modo possibile. Più di qualcosa di sta muovendo nella terapia contro questa forma di cancro, che conta 10 mila casi ogni anno in Italia ed è in continuo aumento in tutto il mondo. Qualcosa che offre, alle persone con tumore metastatico, la speranza di vivere qualche mese e forse anche qualche anno in più.






Questa speranza porta il nome di due farmaci: vemurafenib eipilimumab. Due novità scientifiche che a Chicago, all’Asco, hanno avuto l’onore delle «sessioni plenarie». Il vemurafenib è una piccola molecola, somministrata per bocca, che mira a colpire la mutazione del gene Braf V600, presente in circa la metà di tutti i casi di melanoma. Dalla sperimentazione, cui hanno partecipato 675 pazienti con tumore metastatico, è emerso che è in grado di ridurre del 63 per cento il rischio di decesso e del 74 per cento il rischio di peggioramento della malattia rispetto alla chemioterapia. Mancano per ora gli esiti a lungo termine della cura, «ma se con la chemioterapia standard solo il 25 per cento dei malati arrivava a un anno, ora abbiamo buoni motivi per sperare in meglio: dopo 6 mesi con il nuovo farmaco era ancora vivo l’84 per cento dei pazienti» sottolinea Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di oncologia e terapie innovative all’Istituto Tumori Pascale di Napoli, il secondo centro al mondo per reclutamento di malati nel trial.






L’ipilimumab è un anticorpo monoclonale che ha un meccanismo d’azione diverso: invece di colpire un bersaglio molecolare del tumore, aiuta l’organismo stesso ad aggredire le cellule cancerose, stimolando il suo sistema immunitario. Come? Togliendo quel freno che impedisce a certi linfociti (cellule immunitarie) di riconoscere il tumore come estraneo e di distruggerlo. L’ultimo studio, presentato all’Asco, dimostra che il farmaco, somministrato come primo trattamento a pazienti con melanoma metastatico al IV stadio, in associazione con un chemioterapico (la dacarbazina), è più efficace nell’aumentare la sopravvivenza rispetto alla sola dacarbazina (dopo un anno, sopravviveva oltre il 47 per cento dei pazienti trattati con l’associazione rispetto al 36 per cento circa di quelli in terapia con dacarbazina).
«L’immunoterapia è una disciplina emergente — ha commentato Michele Maio, direttore del Dipartimento di Oncologia medica all’Università di Siena — che si rifà ad alcune sperimentazioni del passato. Rispetto alla chemioterapia e alla terapia a bersaglio molecolare, che agiscono in fretta, l’immunoterapia ha effetti dilazionati nel tempo, ma più duraturi». Il farmaco può comportare effetti collaterali, come la diarrea, che va trattata diversamente (con cortisonici) rispetto a quando è provocata dai chemioterapici (qui si usano normali antidiarroici).


Corriere delle Sera



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