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Sla, è una proteina il veleno dei neuroni?


Studi su mutazioni genetiche e proteine legati alla Sla Sclerosi laterale amiotrofica più comunemente e tristemente conosciuta come SLA.
Le cronache degli ultimi anni hanno portato all’attenzione del mondo questa malattia degenerativa e progressiva del sistema nervoso ma che in realtà è nota da oltre un secolo e dal 1939 fu indissolubilmente legata al mondo dello sport. Da quell’anno fu chiamata anche morbo di Lou Gehrig, dal nome del giocatore statunitense di baseball che la contrasse e da allora una sfilza di morti, tra cui molti sportivi, hanno continuato a stimolare gli studi e la ricerca. Ultimo caso quello dell’ex centravanti del Milan e della nazionale, Stefano Borgonovo.






Alcuni ricercatori della facoltà di medicina e chirurgia del Gemelli di Roma hanno evidenziato, analizzando 420 casi, un meccanismo responsabile della Sla e sarebbe un difetto genetico che porta alla eccessiva produzione di una proteina importante per la cellula. La proteina in questione si chiama FUS, va ad avvelenare i neuroni che controllano i movimenti muscolari (motoneuroni), inducendo la neuro degenerazione alla base della malattia.

Sla studio proteina
Se una proteina potrebbe essere la causa della Sla, altre potrebbero fare da scudo, infatti, da risultati, ancora provvisori, di uno studio dello scienziato italiano della Harvard University, Alberto Ascherio, pubblicati su Annals of Neurology. Le ricerche si basano, infatti, sull’osservazione di più di 1 milione di persone, di cui 1.100 nel corso del tempo hanno sviluppato la Sla. Ne è venuta fuori quasi una dieta salva-neuroni.






L’analisi dei dati ha fatto emergere che le persone che consumano più verdure contenenti beta-carotene e luteina hanno il 25% di rischio in meno di ammalarsi rispetto a chi ne consuma quantitativi modesti.
Dunque si consiglia un consumo elevato di bietole, spinaci e broccoli. Il potere antiossidante di questi composti, sembra sia associato alla protezione dalla Sla. “Si ipotizza che questa associazione possa essere spiegata dall’effetto antiossidante di questi carotenoidi, conclude Ascherio che però sottolinea come questi siano risultati ancora da confermare con studi ulteriori”.

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